Itinerari storico-artistici

Itinerari storico-artistici

Nell’occasione delle grandi Mostre a Castel Sismondo 2010, i Musei Comunali di Rimini offrono ai visitatori la proposta di itinerari alla scoperta del ricco patrimonio storico-artistico riminese con percorsi fra Città, Domus del chirurgo e Museo.

Tre i percorsi individuati per svelare i momenti più affascinanti della lunga storia di Rimini: quello romano, quello rinascimentale e quello del Seicento creato appositamente in relazione all’esposizione Caravaggio e altri pittori del Seicento. Un’offerta rivolta ai gruppi desiderosi di approfondire la conoscenza del luogo ma che si apre anche ai singoli visitatori attraverso una proposta che unisce in un racconto la storia di Rimini dall’età romana, al Seicento. Un appuntamento che si rinnova ogni domenica, da novembre a marzo, alle ore 15, con partenza dal Museo della Città.

Per informazioni su proposte di visita personalizzate e prenotazioni: Tel. 0541 704421-26.

— Itinerario romano

Ariminum, la città romana che prende il nome dal fiume Ariminus (l’attuale Marecchia), assunse dalla fondazione, nel 268 a.C., la fisionomia tuttora riconoscibile: un reticolo di vie ortogonali (cardines e decumani) con isolati rettangolari. Assi portanti erano il cardo maximus (via Garibaldi-via IV Novembre) – che collegava la via per Arezzo al porto di foce (nei pressi della Stazione Ferroviaria) e dal I sec. a.C. terminava con Porta Montanara - e il decumanus maximus (corso d’Augusto), raccordo tra la via Flaminia e la via Emilia. All’incrocio degli assi si apriva il foro (piazza Tre Martiri), cuore della vita pubblica. Qui Giulio Cesare parlò alle truppe dopo il passaggio del Rubicone: evocano l’episodio due segni moderni, la statua in bronzo e il cippo eretto nel 1555 a sua memoria. Fu Augusto a fare di Ariminum una splendida città: promosse opere pubbliche e il rinnovo dell’edilizia privata, monumentalizzò gli ingressi attraverso l’Arco e il Ponte sul Marecchia che siglavano, alle estremità del decumano, l’accesso rispettivamente da Roma e da Nord.

L’Arco, eretto nel 27 a.C. come porta urbica, celebra Augusto ad iniziare dall’iscrizione che ricorda il restauro della via Flaminia. La struttura, rivestita in pietra d’Istria, richiama il tempio, mentre l’apertura della porta, così ampia da non poter essere chiusa, esalta la pace conquistata ad Azio. Anche l’apparato decorativo è carico di simboli: le divinità nei clipei (Giove e Apollo nel lato esterno, Nettuno e Roma verso la città) esprimono la potenza di Roma e la grandezza di Augusto. In origine inserito nella cinta muraria in pietra, di cui vediamo i resti, l’Arco era coronato dalla statua dell’imperatore, a cavallo o su di una quadriga; dal medioevo la sommità si presenta merlata.

Lungo via Roma si conservano i resti dell’Anfiteatro costruito nel II sec. d.C. dall’imperatore Adriano nei pressi del porto. Rivestito da mattoni, si sviluppava su due ordini di arcate e poteva accogliere più di 10.000 spettatori; l’arena aveva un’ampiezza di poco inferiore a quella del Colosseo. Già intorno alla metà del III secolo l’Anfiteatro perse la sua funzione per essere inglobato nelle mura erette sotto la minaccia dei barbari.

Il ponte sul Marecchia (ponte di Tiberio) fu Iniziato da Augusto nel 14 e completato nel 21 d.C da Tiberio, come ricorda l’iscrizione sui parapetti interni. Imponente per architettura e tecnica costruttiva, ha un sobrio apparato decorativo con simboli del potere civile (la corona d’alloro e lo scudo) e religioso (il bastone del sacerdote, la brocca e la patera per i sacrifici). In pietra d’Istria, si sviluppa in cinque arcate su massicci piloni muniti di speroni frangiflutti ed impostati obliquamente rispetto all’asse del ponte, ad assecondare la corrente del fiume e ridurne la forza d’urto. Sopravvissuto a terremoti e piene del Marecchia (oggi deviato a Nord), il ponte ha resistito a guerre ed assedi, e, da ultimo, è sfuggito al tentativo, da parte dei Tedeschi, di minarlo.

Il volto della Rimini romana si precisa al Museo della Città, nella Sezione archeologica recentemente ampliata a coprire l’arco cronologico dal paleolitico al tardoantico.  Economia, società, religione… si raccontano attraverso i reperti che gli scavi hanno restituito soprattutto dal dopoguerra. Squarci sulla vita e gli ambienti domestici sono offerti dai materiali delle tante domus esplorate nel centro storico: mosaici, intonaci, arredi e suppellettili restituiscono i modi dell’abitare fra tarda età repubblicana e VI secolo e non di rado rivelano la personalità del proprietario. Emblematiche la domus di palazzo Diotallevi il cui dominus ostentò la sua fortuna nel celebre mosaico “delle barche”, e la famosa domus “del chirurgo” cosiddetta per il ritrovamento del più ricco corredo chirurgico giunto a noi dall’antichità. Un contesto straordinario di circa 700 mq. a pochi passi dal Museo.

— Itinerario medievale e malatestiano

Fulcro della Rimini medievale fu la piazza del Comune,l’odierna piazza Cavour. A ricordarlo sono il palazzo dell’Arengo, costruito nel 1204 e il palazzo del Podestà, eretto nel XIV secolo: il suo ingresso originale sul fianco testimonia, nei simboli araldici, il potere dei Malatesta e l’antico assetto della piazza, estesa fino alla cattedrale di Santa Colomba (evocata dai resti del campanile) sul lato che appare chiuso dalla facciata del Teatro costruito nell’Ottocento. Oggi come allora la piazza ruota intorno alla fontana ammirata, nelle forme medievali, da Leonardo da Vinci. Con la ristrutturazione del 1543, sulla sommità fu collocata la statua di San Paolo, ora al Museo, sostituita nell’Ottocento dalla pigna che dà il nome al monumento. La funzione della fontana nella vita economica della città venne ribadita, nel Settecento, dalla costruzione della Pescheria.

Dalla piazza si raggiunge la Chiesa di San Giovanni Evangelista (Sant’Agostino) edificata dagli Agostiniani alla fine del XIII secolo. Ad aula rettangolare, si apriva in un’abside affiancata da due cappelle, una delle quali base del campanile. La facciata e gli interni riflettono interventi settecenteschi, mentre le fiancate, la zona absidale e il campanile documentano l’architettura gotica. L’apparato decorativo opera dei grandi pittori della Scuola riminese del Trecento si compone di cicli di affreschi e di un Crocifisso ligneo: nel campanile si ammirano le Storie della Vergine e, nell’abside, Cristo, Madonna in Maestà, Noli me tangere, le Storie di San Giovanni Evangelista. Dall’arco trionfale proviene Il maestoso Giudizio universale, ora al Museo della Città.

Fu il terremoto del 1916 a rivelare la pittura trecentesca celata da interventi successivi. Su piazza Malatesta prospetta Castel Sismondo, residenzafortezza di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini dal 1432 al 1468, il più noto esponente della Famiglia che dominò la città fra il XIV e l’inizio del XVI secolo. La fortezza si imponeva con le sue torri, le mura, il mastio e l’ampio fossato; l’apparato difensivo, dotato di bocche da fuoco, vide la consulenza di Filippo Brunelleschi. I lavori, iniziati nel 1437, durarono circa 15 anni, ma la residenza risulta abitata già dal 1446. Della costruzione raffigurata nelle medaglie di Matteo de’ Pasti (ora al Museo della Città) e nell’affresco di Piero della Francesca nel Tempio resta il nucleo centrale con la torre d’ingresso che reca un’iscrizione e lo stemma con l’elefante e altri simboli della Famiglia.

Attraversata piazza Tre Martiri, nel Medioevo luogo di mercati, di giostre e tornei, si raggiunge il Tempio di Sigismondo, edificato nel sito della chiesa di San Francesco, da cui proviene il Crocifisso di Giotto. Il sogno di Sigismondo, rimasto incompiuto, era di erigere una magnifica arca a memoria della Famiglia. Il progetto avviato nel 1447 con l’apertura di due cappelle a sepolcro di Sigismondo e di Isotta degli Atti, sua terza moglie, coinvolse poi l’intera chiesa. Fu Leon Battista Alberti a firmare questo capolavoro del Rinascimento ispirato al recupero della tradizione romana. Matteo de’ Pasti e Agostino di Duccio lavorarono alla decorazione interna, oggetto di più letture: dall’esaltazione dell’amore di Sigismondo ed Isotta alle teorie filosofiche. Ma ciò che emerge è la personalità del committente, celebrata da Piero della Francesca nell’affresco con il principe inginocchiato davanti a San Sigismondo.

La grandezza dell’arte medievale riminese si respira anche nelle sale del Museo della Città, ad iniziare dalle opere della Scuola del Trecento. Accanto al Giudizio Universale da Sant’Agostino, si ammirano preziose pitture su tavola: il Crocifisso di Giovanni da Rimini, il trittico con l’Incoronazione della Vergine e Santi di Giuliano, il dossale con Storie della passione di Cristo di Giovanni Baronzio che, con altri capolavori quale La Crocifissione di Bitino da Faenza, fa parte di un deposito della Fondazione CARIM. Gli splendori della corte rivivono nella raccolta di medaglie, nella veste di Sigismondo dal sepolcro nel Tempio e nell’opera degli artisti del Quattrocento chiamati ad esaltare la Signoria: da Agostino di Duccio, a Matteo de’ Pasti, a Giovanni Bellini e al Ghirlandaio. A questi ultimi si devono La Pietà e la pala con san Vincenzo Ferreri, gioielli della pittura rinascimentale.

— Itinerario del ‘600

Dal centro della piazza del Comune (piazza Cavour) il gesto imperioso di Papa Paolo V Borghese ricorda il potere cui era soggetta Rimini nel Seicento. Un secolo travagliato sul piano politico e sociale, foriero di pestilenze, carestie, passaggi di truppe e terremoti. E tuttavia la città visse una fulgida stagione culturale e artistica. Ne sono segno tangibile la citata statua bronzea di Papa Paolo V (N. Cordier – S. Sebastiani, 1610-1614) in piazza Cavour (ampliata in quegli anni fino alla via Maestra, l’attuale Corso d’Augusto) e il Tempietto di Sant’Antonio in piazza Tre Martiri, memoria cinquecentesca del miracolo dell’eucarestia, riedificata dopo il terremoto del 1672.

Il lascito dell’ingente collezione di libri a stampa, che Alessandro Gambalunga fece alla municipalità nel 1619, assegna a Rimini il primato della terza biblioteca civica d’Italia (dopo Roma e Milano). Palazzo Gambalunga, già cenacolo di eruditi e dalle origini sede della biblioteca, custodisce splendide sale con arredi del tempo. Il ricco patrimonio pittorico del Museo della Città testimonia come i linguaggi artistici elaborati nelle capitali culturali si specchino in quello degli artisti locali. Pale d’altare e quadri da stanza denotano legami con le pontificie Roma e Bologna, e l’influsso di Venezia. Dai territori della Serenissima giunsero i quadri di Giovan Battista Langetti e Francesco Maffei, dalla sontuosa cromia, mentre da Bologna opere improntate al linguaggio classicista dei Caracci: quelle del reniano Simone Cantarini e del bizzarro Andrea Donducci detto il Mastelletta, nonché del Guercino.

Sue la mirabile Visione di San Girolamo (1641), già nell’omonimo oratorio (distrutto) e il Sant’Antonio di Padova (1659), dalla chiesa dei Paolotti; ad allievi spettano alcune opere della prestigiosa collezione di Francesco Manganoni, committente di oltre venti quadri alla nota bottega bolognese del Guercino. L’arrivo di tele dalla città felsinea contraddistinse buona parte del secolo, come testimoniano importanti pale d’altare nella chiesa dei Servi (di F. Albani e L. Massari, 1620 ca) e nella chiesa di Sant’Agostino (di M. Franceschini, 1687).

Nel Museo della Città si ammirano numerosi quadri dei due artisti di spicco della pittura riminese del Seicento: Guido Cagnacci (Santarcangelo di Romagna 1601 – Vienna 1663) e Giovan Francesco Nagli detto il Centino (doc. a Rimini dal 1629 al 1675). La sensuale pittura del Cagnacci, insieme a quella più misurata del Centino, portò il critico Francesco Arcangeli, in occasione della mostra sulla pittura del Seicento (1952), a definire Rimini “una Piccola Siviglia […] città caravaggesca, nelle terre d’Emilia-Romagna”. L’ascendente delle opere del Caravaggio, ammirate dal giovane Cagnacci a Roma, è infatti alla base della sapiente orchestrazione dei suoi dipinti: le figure, di un realismo sconvolgente, emergono dal fondo scuro grazie ad un uso magistrale della luce.

La visita alle sale del museo si completa con un itinerario che inizia dall’adiacente Chiesa di San Francesco Saverio (del Suffragio) edificata tra il 1718 e il 1740 dai Gesuiti che già nel 1631 avevano dedicato un piccolo oratorio al santo, uno dei più importanti dell’ordine. Vi erano esposti il dipinto di Vincenzo Spisanelli (ca 1650), in cui Francesco Saverio predica nelle Indie brandendo il crocifisso, e quello di Guido Cagnacci Tre martiri gesuiti del Giappone (1635). Con veridicità e con una tavolozza piuttosto cupa, Cagnacci ha raffigurato Paolo Miki, Didaco Kisai e Giovanni de Goto crocifissi e dilaniati da spade, esaltando l’eroica sopportazione del martirio.

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